Le storie che portano richieste, e quelle che passano e basta
Cosa pubblicare nelle storie Instagram per avere clienti?
Le storie sono il posto dove si vende davvero, e quasi nessuno le usa per quello. Non perché siano pubblicità mascherata: perché sono l’unico formato in cui puoi mostrare il lavoro mentre lo fai, e quello convince più di qualsiasi contenuto costruito.
La differenza che conta più di tutte
I riferimenti al lavoro non valgono uguale.
Quelli deboli sono le schermate di testo. Un messaggio di un cliente contento è la cosa più facile da fare e la meno convincente: si legge in un secondo, si dimentica in due, e potrebbe essersela scritta chiunque.
Quelli forti sono visivi. Una foto, un video, un grafico, l’agenda piena, il numero di messaggi non letti, una videochiamata in corso. Cose che si vedono e che non si possono raccontare a parole.
E su tutto: serve concretezza. Numeri, esempi precisi, casi veri. «Sto lavorando bene» non è una storia. «Questa settimana ho chiuso quattro percorsi e ne ho rifiutati due» lo è.
La struttura in tre blocchi
Non è una regola sacra, è un’impalcatura che regge quando non hai voglia di pensare.
Primo blocco: il lavoro che si vede. Qui vanno i riferimenti forti — prima e dopo, un pezzo di quello che hai consegnato, una foto con un cliente. Su cinque storie, almeno due devono essere di questo tipo.
Secondo blocco: qualcosa che insegna. Un problema comune, perché succede, cosa si rischia a non sistemarlo, e una cosa concreta che chi guarda può fare da solo. Tecnico ma comprensibile, e sempre con dentro una leva emotiva: il problema deve fare un po’ male mentre lo si legge.
Terzo blocco: che esisti e lavori. Uno scatto nel contesto — lo studio, la scrivania, il posto dove lavori — e un messaggio del tipo «stanno arrivando molte richieste, rispondo a tutti entro domani». Sembra poco, ed è la storia che genera più conversazioni di tutte.
Il secondo e il terzo si possono invertire senza problemi.
La domanda che smaschera le storie deboli
È la cosa più utile che ho imparato su questo formato, e va usata contro sé stessi:
Uno che non fa il tuo mestiere potrebbe scrivere le tue storie dell’ultima settimana?
Se la risposta è sì, le tue storie sono deboli. Vuol dire che stai dicendo cose che si trovano ovunque, senza l’esperienza specifica che hai tu e che nessun altro può mettere lì dentro.
Le storie che funzionano sono quelle che solo chi fa quel lavoro da anni può scrivere: il dettaglio tecnico che si nota solo dopo cento casi, l’obiezione che senti ripetere ogni settimana, l’errore che vedi fare a tutti.
I tre modi di vendere, e le storie sono il terzo
Vale la pena tenerli distinti, perché confonderli è il motivo per cui certi profili crescono e non incassano:
- I contenuti molto verticali — i caroselli, per esempio — costruiscono l’autorevolezza
- I contenuti che portano tanto traffico — i reel — allargano il pubblico
- Gli angoli sensibili — le storie — trasformano
Se pubblichi solo reel accumuli pubblico e non succede niente. Se pubblichi solo storie parli sempre alle stesse persone. Servono tutti e tre, con lavori diversi.
Se il traffico c’è ma le richieste no
È la situazione più frequente, e le cause sono quasi sempre quattro:
- Hai raccolto troppo poco fa. Chi era pronto a scriverti l’ha già fatto, e serve ricostruire pubblico prima di raccogliere di nuovo.
- Il messaggio è debole. Di solito vuol dire che mancano riferimenti al lavoro veri nelle storie: si parla, non si mostra.
- Ti stai ripetendo. Gli stessi angoli, le stesse tre cose, da settimane. Chi ti segue le ha già sentite e ha smesso di ascoltare.
- Stai attirando il pubblico sbagliato. Numeri buoni, persone che non compreranno mai. Succede quando si insegue quello che funziona invece di quello che serve.
Cosa mettere davvero nei tre blocchi
Il problema di chi ci prova è che davanti alla telecamera non sa cosa dire. Ecco una scorta di angolazioni che funzionano, e che si possono ruotare per mesi.
Sul lavoro che si vede:
- Un pezzo di quello che hai consegnato, con evidenziato un dettaglio tecnico e perché l’hai scelto così
- Un prima e dopo con due sole cose messe in risalto, non dieci
- Una conversazione con un cliente — con il permesso — e accanto la nota di cosa stava succedendo
- Il calendario, l’agenda, il numero di messaggi da smaltire
Su quello che insegna:
- Un problema molto sentito, cosa succede a trascurarlo, e una cosa concreta da fare subito
- L’errore più comune quando si prova a fare da soli, e perché costa
- Perché copiare quello che ha funzionato a un altro non funziona per te — e questa vale in ogni mestiere
Su quello che ti fa sembrare uno che lavora:
- Uno scatto nel contesto vero, non in posa
- «Sto ricevendo molte richieste, rispondo a tutti entro domani» — una volta a settimana, sempre
Un accorgimento che fa la differenza su tutte: ogni cosa che spieghi deve chiudersi con il limite. «Questo è un esempio, sul tuo caso cambierebbe.» Non è una excusatio: è la frase che trasforma una spiegazione gratuita in un motivo per scriverti.
Il «commenta X e ti mando Y» funziona meno di quanto ti dicono
Questa è la cosa più utile che posso dirti sulle storie, ed è una controprova, non un consiglio.
Chi vende automazioni per i messaggi diretti racconta che il meccanismo «scrivi una parola nei commenti e ricevi il regalo» converte due o tre volte meglio del link in biografia. Quel numero non ha nessuna fonte, e chi lo ripete di solito vende lo strumento che serve a farlo.
Dall’altra parte c’è chi lo ha provato e riporta i suoi numeri: un account di nicchia da dodicimila persone, che pubblica ogni giorno, ha messo in piedi quel meccanismo con in regalo una guida vera e curata — non un fascicolo raffazzonato.
Tre risposte.
Non tre percento: tre persone.
Non vuol dire che il meccanismo non funzioni mai. Vuol dire che funziona quando c’è già una relazione, e che il regalo da solo non la crea. Se il tuo pubblico non ti conosce abbastanza da volere una cosa tua, non la vorrà nemmeno gratis.
I sondaggi servono a sapere, non a vendere
Stessa logica. Sondaggi, quiz e caselle domanda producono interazioni facili, e per questo vengono consigliati sempre.
Nella pratica quello che rendono davvero è un’altra cosa: informazione. Una piccola attività che li usa per chiedere ai clienti cosa vogliono ottiene risposte utilissime per decidere cosa produrre — e quello vale più di qualunque «interazione».
Sulla distribuzione delle storie l’unica spiegazione strutturata che ho trovato è vecchia di anni e non verificabile: sostiene che conti la differenza tra chi avanza alla storia successiva e chi esce del tutto, e che una storia che porta visite al profilo venga mostrata a più persone. Trattala come ipotesi, non come fatto: viene da una fonte che aveva una newsletter da promuovere.
Le storie in evidenza
Tre, e sempre le stesse: prima e dopo, feedback, come funziona. Sono quelle che guarda chi arriva sul profilo per la prima volta e sta decidendo se scriverti. Tutto il resto è archivio.